La cupola di San Pietro. Il restauro del XVIII secolo

Ogni monumento dovrà essere visto come un caso unico, perché tale è in quanto opera d’arte e tale dovrà essere anche il suo restauro.

Roberto Pane, Il restauro dei monumenti, 1944

 

PREMESSA

Chi almeno una volta nella vita ha salito sulla Cupola di San Pietro custodisce nella memoria la sensazione di aver “vissuto l’architettura”, di sperimentare in questa opera-maestra la forza dell’ingegno umano raccolta e tesa per glorificare il Divino nelle opere sulla terra.

Nel 1590 il panorama romano si cambiò per sempre, la Cupola, il nuovo simbolo della capitale di cristianesimo ora coronava la città. Gli anni tormentosi delle ricerche, successi e fallimenti tecnici, problemi di finanziamento che alla fine hanno suscitato le dure critiche di Martin Lutero sono rimasti in passato.

Il risultato – una struttura sorprendentemente moderna anticipa i concetti architettonici che si svilupperanno nei secoli da seguire. Eppure strumenti tecnici e metodi analitici nella disposizione degli architetti del XVI secolo si basavano notevolmente su così detta “intuizione scientifica”, la quale forse ha permesso qualche errore perché agli inizi del 700’ la struttura della Cupola riportava un quadro fessurativo notevole, il pericolo di un eventuale collasso fu ampiamento discusso sempre in chiave di demolire la Cupola e innalzare una nuova con le tecnologie più moderne.

Interviene il Papa Benedetto XIV e la Cupola, simbolo della capitale cristiana, fu salvata grazie ad un restauro realizzato da Giovanni Poleni[1]. Prima ancora della nascita delle moderne concezioni di restauro, Poleni ha eseguito i lavori di consolidamento, preceduti di un studio attento, lasciando intatto l’espetto estetico, con applicazione delle tecnologie aggiornate, ma usando gli stessi materiali già applicati dai costruttori, intervenendo il minimo necessario, documentando tutto il suo intervento. E grazie alla tesi del dottorato di Barbara Baldrati dedicato alla Cupola Vaticana[2], possiamo dire che il suo intervento è anche distinguibile.

Questo lavoro è dedicato proprio al suo restauro. Iniziamo con l’analisi dei problemi statici propri alle cupole in muratura per passare poi al quadro fessurativo della Cupola vaticana agli inizi del Settecento. Nella seconda parte riportiamo alcune delle proposte di ricostruzione o consolidamento, espressi dai Giovanni Amico, architetto siciliano, “tre Matematici” romani e, appunto, Giovanni Poleni.

Alla fine facciamo una breve descrizione dei lavori di consolidamento che hanno permesso alla Cupola di rimanere cosi, come la vediamo ancora oggi.

RESTAURO DEL XVIII SECOLO[3]

  1. PROBLEMI STATICI DELLA CUPOLA VATICANA AGLI INIZI DEL 700’

Dopo la costruzione della cupola terminata nel 1590 sotto la guida degli architetti Giacomo Della Porta e Domenico Fontana, lentamente si sviluppò nella volta e nelle sottostanti strutture dell’attico e del tamburo un imponente quadro fessurativo. I primi segni di dissesto nella cupola sembrano risalire già al 1636. Lo stato di dissesto si aggravò poi gradualmente nei cento anni successivi. Nel Vaticano le preoccupazioni sulla statica del grande tempio erano molto forti. Tutto il mondo scientifico fu coinvolto nella vicenda con notevole impegno anche del Papa Benedetto XIV.

  • Problemi statici delle cupole in muratura.

I problemi statici delle cupole in muratura avvengono quando nelle zone tese le sollecitazioni di trazione lungo i paralleli raggiungono valori prossimi alla debole resistenza a trazione della muratura, e si verifica la frattura della muratura con la comparsa delle lesioni lungo i meridiani.

Le cupole in muratura sono infatti frequentemente lesionate proprio lungo i meridiani. Anche una sola di queste lesioni è sufficiente ad anulare l’azione cerchiante dei paralleli.  La cupola in mutatura non presenta le caratteristiche elevate per i carichi.

Le forze di compressione e trazione (tension) e compressione (compression).

L’inefficienza dei paralleli trasforma i meridiani in archi spingenti.

Gli antichi costruttori di cupole ovviavano a tale intrinseca debolezza statica realizzando cupole di notevole spessore, ovvero realizzando strutture a doppia cupola irrigidite da costolature qual è, appunto, la grande cupola vaticana.

Con la fessurazione meridiana la curva delle pressioni negli spicchi si sposta dalla superficie media della cupola, che di regola non coincide con la superficie delle pressioni.  Quando quest’ultima sfiora l’intradosso o l’estradosso della cupola si producono, a quote particolari sia all’estradosso che all’intradosso, pericolose fratture che corrono lungo i paralleli. Le sole lesioni meridiane non costituiscono necessariamente un motivo di grave preoccupazione statica.

Cosi come per l’arco in muratura (la cupola si può considerare una membrana, generata per rotazione di un arco rispetto al suo asse centrale) nel quale lesioni all’intradosso in chiave e all’estradosso alle imposte possono denunziare solo l’antico verificarsi di un lieve cedimento alle imposte.

Per la cupola in muratura lesioni che corrono lungo i meridiani possono indicare solo an avvenuto lieve allargamento e fessurazione del tamburo.

Ben diversa è invece la situazione se, oltre alle lesioni meridiane, all’estradosso o all’intradosso della cupola compaiono anche lesioni cirumferenziali. Ciò si può verificare per un non felice disegno della curva meridiana della cupola ovvero per la presenza di notevoli carici al centro, ad esempio dovuti a un peso eccessivo della lanterna. In tal caso può essere anche prossimo lo sviluppo di un meccanismo di collasso.

In tale meccanismo di collasso si produce così sollevamento della fascia inferiore e abbassamento della zona centrale.

Meccanismo di collasso assialsimmetrico di una cupola muraria.

Nel disegno è indicato il tipico meccanismo di collasso di una cupola muraria. Per il sopraggiungere di fratture meridiane la cupola si dilata in tutta un’ampia fascia inferiore e si suddivide in spicchi. Questi ultimi, a loro volta, si spezzano lungo due cerchi paralleli secondo due linee di frattura circolari, una più in basso all’estradosso e un’altra più in alto all’intradosso.

Una cupola in muratura può così rompersi anche sotto carichi verticali per l’incapacità della muratura di assorbire sforzi di trazione. La sua resistenza al peso è allora incentrata nel gioco esplicato tra il lavoro resistente di sollevamento dei pesi delle fasce inferiori e il lavoro attivo dei pesi delle zone più alte e centrali che, invece devono abbassarsi.

1.2. LA STRUTTURA STATICA DELLA CUPOLA VATICANA.

 La grande cupola vaticana ha una struttura a doppia calotta e irrigidita da sedici grandi costoloni. La superficie media della doppia calotta può essere assimilata a una cupola sferica.

Seguendo la storia della costruzione della cupola, i quattro piloni maggiori, collegati in testa dagli arconi, destinati al sostegno del tamburo della cupola, vennero eseguiti da Bramante tra il 1506 e 1512. I due piloni di levante erano fondati su terreno vergine, mentre i due di ponente vennero innalzati su di un’area occupata da resti di fabbriche romane, appartenenti al lato orientale del circo di Nerone. Tale disuniformi del piano di sedime dei piloni avrà senz’altro prodotto cedimenti differenziali, in parte già scontati durante la costruzione dei piloni stessi, prima della costruzione della cupola. Allo sviluppo di lievi cedimenti successivi alla costruzione degli arconi devono essere forse attribuite così quelle lesioni segnalate nei grandi archi sui piloni e che richiesero alcuni lavori di rinforzo eseguiti prima della costruzione del tamburo.

Tra il 1514 e 1534, prima della costruzione della cupola vennero rinforzate le fondazioni realizzando un collegamento tra i piloni con archi posi sul terreno. Di conseguenza l’attuale piano della Basilica si trova rialzato rispetto a quello iniziale adottato da Bramente di circa 3 metri. Venne così soppresso il piedistallo dell’ordine corinzio dei piloni. I piloni stessi vennero ingrossati, Michelangelo volle ulteriormente rinforzare i piloni di sostegno della cupola riempiendo le grandi nicchie di Bramante ricavate nei pilastri e sopprimendo le scale a chiocciola predisposte all’interno dei piloni stessi.

Tutta la costruzione della cupola venne realizzata su una grossa centinatura in legno che si poggiava sul tamburo. Tutti i sedici costoloni vennero eseguiti contemporaneamente. Le due calotte, quella inferiore di maggior spessore e quella superiore, furono costruite tra i costoloni. Vennero anche poste in opera, in giro attorno alla cupola e incorporate nella muratura, due catene in ferro.

La centinatura fu smontata solo dopo la completa costruzione della doppia calotta. Tutto il peso proprio del complesso costoloni-calotte ha così agito sulla struttura completa, realizzando un unico grande sistema strutturale a doppia calotta irrigidito da costoloni.

1.3 QUADRO FESSURATIVO DELLA CUPOLA VATICANA

Il quadro fessurativo presente nella cupola e nelle sue strutture di sostegno venne infatti rilevato minuziosamente tra il 1742 e 1743 da Vanvitelli in una serie preziosa di elaborati grafici e riportato poi da Poleni. Le fessurazioni relative alla cupola sono quelle che si evidenziano dall’interno: la cupola esterna era infatti ricoperta da strati di piombo che non venne rimosso. La continuità dei cerchi paralleli risulta quindi completamente interrotta dall’attacco della cupola sul tamburo fino all’anello superiore di sostegno della lanterna. Si rileva ancora che una delle due catene in ferro disposte da Giacomo della Porta durante la costruzione della cupola venne trovata spezzata da Vanvitelli.

Nel disegno sono indicate alcune delle grandi fessurazioni meridiane presenti nella cupola; esse si innalzano fino a quasi all’altezza dell’anello di attacco con la lanterna. Da tale figura si può constatare che non risultano presenti fratture circolari all’intradosso della calotta interna.

Tutta la grande cupola risulta essersi allargata e a tale allargamento corrisponde la rilevata fessurazione del tamburo e dell’anello di base.

Le lesioni presenti nei grandi arconi di sostegno del tamburo, in chiave all’intradosso e alle imposte all’estradosso, di entità infatti più lieve rispetto alle fessurazioni superiori, sono quelle tipiche di un arco che abbia subito un lieve divaricamento alle imposte e denunziano quindi solo un leggero allargamento dell’anello di base.

La presenza nella calotta interna delle grandi lesioni meridiane con sviluppo a tutta altezza è la chiara indicazione dell’incapacità della cupola a esplicare resistenza di forma.  La grande cupola, pertanto, anche se sostanzialmente semisferica, spinge sul tamburo di base.

L’ampio quadro fessurativo rilevato si manifestò in tutta la sua gravità solo nella prima metà del Settecento, oltre cento anni dopo la costruzione della cupola. I fenomeni di sgranamento differito nel tempo del tessuto murario, che si rompeva progressivamente sotto la sollecitazione di trazione, sarebbero responsabili della gradualità della fessurazione della cupola.

  1. ANALISI E PROGETI PER IL RESTAURO. LE POLEMICHE DEGLI ESPERTI.

2.1 Proposta di restauro di Giovanni Amico

La decisione del Papa Benedetto XIV nel 1742 di verificare la stabilita della Cupola e di definire un possibile modo di rafforzarla contribuisce al confluire delle diverse proposte dagli architetti di tutta Italia. Purché la scelta di eseguire i lavori cadrà, dopo una forte polemica con i “tre matematici” i Lesuer, Jacqueir e Boscovich, al tandem professionale Poleni-Vanvitelli, altri cinque commenti sui danni subiti dalla Cupola sono conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, questi pareri sono meno conosciuti o addirittura inediti. Uno di questi appartiene all’architetto e sacerdote siciliano Giovanni Amico (1684-1754). Il manoscritto datato “Trapani 16 febbraio 1743” misura 25.5 x 18.7 cm comprende sei fogli di testo e un disegno, tracciato su un supporto più grande (25.5 x 30.1 cm)[4].

Giovanni Amico, sacerdote, architetto, ingegnere con una lunga carriera alle spalle: ricostruzione della facciata di S. Lorenzo, della Chiesa dell’Annunziata a Trapani e del seminario dei chierici a Mazara, ingegnere del Tribunale del Real Patrimonio per tutta la Sicilia. Lavorando nella zona con i frequenti terremoti Amico ha elaborato inoltre diverse soluzione statiche per consolidare gli edifici e prevenire i futuri crolli.

Venendo a conoscenza dei danni subiti dalla Cupola, Amico decide di preparare il parere sull’argomento.  E evidente che lui non ha la conoscenza completa del panorama dei danni della Cupola, tanto meno conosce il parere dei “tre matematici”. Molto probabile che si è servito nel lavoro del trattato di Carlo Fontata “Templum Vaticanum” del 1694 che risultava dagli inventari di essere nella sua biblioteca.

Lo stato precario della Cupola doveva stupire non di poco Amico, in quanto la soluzione da lui proposta era piuttosto rigorosa. L’ingegnere prevedeva di erigere sul livello del tamburo quattro contrafforti in forma di mezzi tholoi (“lanternini”) sopra ognuno dei pilastri principali a sostegno della cupola. I “lanternini” sarebbero stati, secondo Amico, meno costosi delle catene di ferro e avrebbero contribuito anche ad un arricchimento estetico.  Inoltre, il peso aggiunto avrebbe reso i pilastri più stabili anche in caso di terremoto.

La soluzione di una cupola stretta da quattro lanternini era stata più volte utilizzata in Sicilia. Non stupisce quindi che Amico ricorresse a questa soluzione collaudata anche in un caso di consolidamento come quello della cupola di S. Pietro, consigliando di inserire “lanternini” per stabilizzare la struttura.

Come seconda fase della ristrutturazione egli proponeva di rinforzare la cupola romana con “catene” di pietra a doppia coda di rondine, come nell’immagine sottostante.

Come ulteriore espediente per consolidare la Cupola Amico prescriveva l’uso di “testette ingessonate” da inserire nelle parti frantumate della struttura. Scopo di questi interventi tra loro connessi era di restituire alla cupola il carattere di struttura monolitica che Amico evidentemente riteneva dovesse possedere. Inoltre tenendo conto dell’urgenza di intervento, Amico forniva indicazioni anche per una riparazione celere consistente nel chiudere le spaccature orizzontali con “tessette” e nel “murare in secco” tutte le finestre del tamburo.

Le proposte dell’ingegnere siciliano non furono prese in considerazione, ma comunque costituisce un importante testimonianza di livello di conoscenze che ha avuto Amico nella restituzione degli edifici danneggiati dai terremoti. Però nel caso suo si trattava di una forte alterazione dell’aspetto estetico della Cupola e del disegno di Michelangelo – Della Porta.

2.2 Il progetto per il restauro di Giovanni Poleni e l’opinione dei “tre Matematici”.

Altro parere sullo stato della Cupola e lavori da eseguire fu espresso da tre famosi scienziati, T. Le Seur, F. Jacquier, dell’Ordine dei Minimi e R.G. Boscovich, gesuita, noti ora come “i tre Matematici”. Il loro rapporto, pur con notevoli divergenze sui metodi di indagine, esprimeva la forte riserva sulla stabilità della struttura, fortemente denunciando che le condizioni statiche della cupola erano di gravissima pericolosità. I Matematici avevano verificano con un loro procedimento cinematico l’intero complesso cupola-tamburo-contrafforti, ritenendo di aver individuato la presenza di uno sbilancio tra spinte e resistenze e avevano il convincimento che la cupola fosse già dovuta crollare. Tale affermazione, in contrasto con i risultati delle verifiche prima effettuate era, d’altra parte contradetta dai fatti. Tale contradizione si può spiegare con fatto che i “tre Matematici”, effettuarono però un calcolo non esatto. Nel loro calcolo tutto il peso della cupola interveniva nel lavoro delle forze spingenti e non solo una parte di esso.

Il ruolo davvero decisivo fu svolto dall’ingegnere Giovanni Poleni (1681 – 1761) e l’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773)

Nel 1743 dopo Poleni esprime al Papa Benedetto XIV il suo convincimento che la situazione fosse molto meno pericolosa rispetto a quella proposta dai “tre Matematici”, Scrisse così nel 1743 un manoscritto nel quale spiega l’origine delle lesioni ed il modo di accrescere la sicurezza della cupola. Con Luigi Vanvitelli, all’epoca l’architetto della fabbrica di S. Pietro diresse i lavori di consolidamento della cupola. Preparò poi le Memorie, pubblicate nel 1748 dove confutano le tesi dei tre Matematici, esprimeva un giudizio più rassicurante sull’assetto statico della cupola e sul modo di restaurarla.

La fessurazione della cupola sarebbe stata meno profonda se il tamburo avesse avuto maggiore spessore. Si comprende quindi come la presenza dei contrafforti abbia giocato un ruolo decisivo. La preoccupazione di Poleni era però incentrata solo sulla cupola. Attraverso il suo esperimento egli voleva verificare che la geometria della curva meridiana fissata da Michelangelo fosse effettivamente ammissibile.  Egli rilevò che la curva delle pressioni della cupola, pur passando in chiave e all’imposta per il baricentro della relativa sezione dello spicchio, si discostava notevolmente dall’asse di questo.

Cosi egli ancora analizzo la sagoma della cupola. La sagoma della sezione meridiana non era quella ottimale corrispondente alla distribuzione dei pesi agenti. La sezione meridiana della cupola dovrebbe infatti effettivamente restringersi verso la base e salire più in alto al centro. In definitiva la cupola dovrebbe essere un poco meno tossa e quindi ancora di più sagomata “ogivale”.  La forma realizzata ha così comportato una maggiore deformabilità flessionale degli spicchi, specialmente per il disassamento tra asse dello spicchio e curva delle pressioni nella zona centrale, fra l’imposta e la chiave. Ciò ha comportato una maggiore dilatazione della cupola e quindi una più intensa fessurazione meridiana.

Il problema della verifica del tamburo e dei contrafforti venne invece sostanzialmente tralasciato da Poleni, quindi il suo lavoro risulta ad essere incompleto. Ciò spiega l’acceso dibattito con i “tre matematici”.

Poleni tralasciò la verifica dell’assetto statico del tamburo e dei contrafforti. Il suo interesse era in effetti indirizzato alla verifica della cupola e la sua analisi si è rivelata valida, anche se non integrata dalla dichiarata consapevolezza dell’importanza statica dei contrafforti.

D’altra parte, il punto debole del complesso sistema strutturale è costituito proprio dal tamburo che, in relazione al suo spessore in confronto con la geometria e il peso della grande cupola, risulta più leggero e deformabile di quanto sarebbe richiesto. I contrafforti laterali hanno però sopperito a tale insufficienza anche se, in tal modo hanno assunto un compito statico probabilmente non pienamente previsto nel progetto di Michelangelo, per la loro polo compatta geometria in pianta.

In ogni caso può dirsi che il sistema cupola-tamburo-contrafforti, a causa del profondo e diffuso quadro fessurativo, di entità indubbiamente molto superiore a quella della fessurazione “fisiologica” delle comuni cupole in muratura, si sarebbe degradato rapidamente nel tempo, se non fosse stato sottoposto all’antico intervento di consolidamento.

  1. LA DESCRIZIONE DELL’INTERVENTO DI RESTAURO

La grande cupola poté infatti esser ben riparata e rinforzata utilizzando le valide tecniche dell’epoca. Ciò in conformità sia al progetto di Poleni, sia sotto le attente direttive tecniche di cantiere di Vanvitelli.

Vanvitelli impegnato in prima persona nel grande cantiere di restauro, aveva un rapporto dialettico con Poleni, e avendo intuito la non piena efficienza statica del sistema tamburo-contrafforti, era fortemente preoccupato e spingeva con grande insistenza Poleni a far realizzare, oltre che le normali riparazioni delle murature e le cinque cerchiatura in fero intorno alla cupola, anche importanti rinforzi e modifiche alla sagoma dei contrafforti. Poleni dopo le lunghe insistenza di Vanvitelli, decise di far eseguire solo le cerchiature per produrre modifiche architettoniche all’opera. Vennero così disposti tra il 1743 e 1744 intorno all’estradosso della cupola e del tamburo e a quote diverse, ben cinque grandi anelli di ferro, messi in forza con un sistema curato dallo stesso Vanvitelli. Ogni cerchione è costituito da 32 componenti, i quali secondo una probabile idea vanvitelliana, recano alle estremità anelli allungati entro i quali viene infisso per battitura un cuneo a sezione trapezoidale, il cui profilo garantisce per forma il bloccaggio dei componenti e la corretta tensione del dispositivo. Una volta murati, i cerchioni sono protetti da lastre di travertino fissate a calce.[5]  Un sesto cerchione venne disposto nel 1748 dopo che Vanvitelli nel completare i lavori di consolidamento riscontro che uno dei due cerchioni di ferro disposti nella cupola all’atto della sua costruzione si era spezzato.

I sei nuovi cerchioni in ferro disposti da Poleni e i due vecchi cerchioni trovati spezzati da Vanvitelli.

Nel complesso i sei cerchioni di ferro fucinato messi in forza nella cupola furono in grado di assicurare resistenza e rigidità addizionali al complesso nei riguardi di ulteriori deformazioni cirumferenziali della cupola e del tamburo e riportarono quindi le condizioni statiche della cupola in piena sicurezza. Per il resto i lavori di consolidamento statico consistettero nell’esecuzione di una fitta rete di sarciture e di ripresa di muratura con le sapienti tecniche.

Da notare però che i complessi lavori di consolidamento della Cupola sono conclusi con il successo grazie alla presenza nel cantiere di “sanpietrino storico” Nicola Zabaglia[6], che dal 1743 è impegnato nei lavori per il consolidamento della Cupola, ma con tutta la probabilità ha anche partecipato nei lavori delle diverse commissioni istituite da Papa Benedetto XIV Lambertini nel 1742 (1740-1758) ai fini di scongiurare il paventato pericolo di crollo e calmierare i negativi giudizi espressi dall’opinione pubblica europea[7].

Tra Vanvitelli e Zabaglia sorgerà il contenzioso in merito all’ideazione del ponteggio concavo adoperato nell’interno della cupola, questo dimostra esplicitamente l’autorità che guadagnerà sul campo “l’incolto capomastro sampietrino”. Francesco Milizia attribuisce il disegno dell’impalcato proprio a Nicola Zabaglia, ciò tra l’altro trova il riscontro nei documenti della Fabbrica stessa.[8]Inoltre Francesco Milizia chiarisce anche le fasi e le modalità dell’intervento: nel 1743, con la supervisione dell’architetto soprastante Filippo Barigioni (1672 – 1753), dell’architetto revisore Luigi Vanvitelli e del fattore Filippo Valeri, Zabaglia coordina le operazioni di montaggio del ponte agli arconi e alla quota della cornice dell’attico nell’intradosso della cupola, “affinché il marchese Poleni ne visitasse i danni”[9]. L’impalcato mostra caratteristiche costruttive analoghe e quello raffigurato nelle tavole dei Castelli e Ponti, il quale, costruito “senza punto deturpare con buche le muraglie laterali e senza alcun danno dei loro ornati […], può facilmente servire di modello per molte simili occorrenze[10].

  1. Zabaglia, Catelli e Ponti, tav. con ponteggi per il restauro della Cupola

Tra dicembre 1743 e la fine di marzo 1744 con l’aiuto di 17 manovali e l’impiego di 400 tavole di legno e diversi ordini di cavalletti, Zabaglia costruisce i ponteggi attorno al tamburo e all’attico della cupola. Grazie ai ponteggi montati attorno al tamburo, sui quali sono stati armati diversi tiri di traglie, i componenti dei cerchioni vengono quindi trasferiti sugli impalcati di servizio con paranchi azionati da verricelli. Raggiunta la quota di lavoro, i cerchioni sono posizionati negli alloggiamenti di posa, praticati dai muratori nel corpo della calotta e posti in tiro[11]. A montaggio avvenuto, muratori e manovali risarciscono i vani di posa, protetti da lastre di travertino.  Per gli altri cerchi le modalità sono analoghe. Alla fine del 1744 ultimo, quinto cerchione e montato, il ponteggio e smontato e i componenti sono riposti nei depositi della Fabbrica, da dove verranno ripresi per armare il nuovo ponte alla sommità della lanterna per sostituire il cerchio lesionato. I lavori di restauro saranno conclusi con questo ultimo intervento. 

CONCLUSIONI

In queste pagine abbiamo seguito la storia del primo restauro della Cupola vaticana. Non fu perfetto, ne seguirono altri; gli studi preparativi non erano esemplari, la scelta coraggiosa di Poleni, che con il passare del tempo si è rivelata vincente, in un certo senso è il risultato di alcuni disattenzioni in calcoli effettuati.  Ma la sua importanza è fuori la discussione: permette di salvare il Capolavoro di tre generazione dei geni: Bramante, Michelangelo, Della Porta.

Lo stile piuttosto tecnico scelto per il lavoro non ha permesso di inserire le vicende personali, dubbi, rischi, paure e speranza che hanno vissuto tutti i protagonisti – esperti citati nel lavoro.  Ma il scritto fa ripensare alle parole di Cesare Brandi - non può essere un manuale perfetto di restauro e alle parole di Roberto Pane nell’epigrafo – “ogni monumento dovrà essere visto come un caso unico”.

E non si può non soffermarsi sulla figura del restauratore: una delle più umili professioni al mondo, il suo nome rimarrà sempre all’ombra di creatori delle opere d’arte, non potrà mai esprimere se stesso – l’aspetto estetico è intoccabile, si lavora solo sulla materia, ma alle sue spalle porterà grande responsabilità davanti alle generazioni futuri: conservare e tramandare il patrimonio artistico mondiale. 

4 BIBLIOGRAFIA GENERALE

Baldrati Barbara, La Cupola di San Pietro. Il metodo costruttivo e il cantiere, Edizione Studium, 2014.

Beltrami, Luca, La Cupola Vaticana, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1929.

Beltrami, Luca, Relazione delle indagini e dei lavori di restauro alla Cupola Vaticana dal maggio 1928 al marzo 1930, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1930.

Brandi, Cesare, La curva della cupola di San Pietro, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1968.

Brunetti, Saverio, Discorso intorno ai pericoli che minaccia la Cupola di San Pietro in Poleni, G, Memorie istoriche della gran cupola del Tempio Vaticano e de’ danni di essa, e de’ ristoramenti loro, divise in libri cinque, Padova 1748, pp. 225-228.

Burri, Romolo, Saggio sulla stabilità della cupola di S. Pietro in Vaticano, Roma, Tipografia Salviucci, 1849.

Bussi, Laura – Carusi, Marta (a cura di), Nuove ricerche sulla Gran Cupola del Tempio Vaticano, Roma, Preprogetti, 2009.

Città del Vaticano, AFSP, Arm. 12 D, 4b, 29, c. 1002b.

Città del Vaticano, AFSP, Arm. 12 D, 4b, 29, c. 1003c.

Como, Mario, Un antico restauro statico della cupola di San Pietro, Milano, Electa, 1997.

Conforti, Claudia, Lo specchio del cielo. Forme, significati, tecniche e funzioni della cupola dal Pantheon al Novecento, Milano, Electa, 1997.

Croci, Giorgio – Cerone, Maurizio, San Pietro. Le grandi cupole del passato, “recupero e conservazione”, XII, 2006, 72, pp. 22-33.

Di Stefano, Roberto, La cupola di San Pietro. Storia della costruzione e dei restauri, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1980.

Giovannoni, Gustavo, La Cupola di San Pietro, Roma, Reale Istituto di studi Romani, 1942.

Marconi, Nicoletta, Tecnologie per la costruzione e il restauro della Basilica Vaticana tra tradizione e innovazionein Morello Giovanni (a cura di) La basilica di San Pietro, Gangemi Editore, 2012

Marino, Angela, Sapere e saper fare nella Fabbrica di San Pietro. Castelli e ponti di maestro Niccola Zabagli1743, Roma, Gangemi, 2008.

Milizia, Francesco, Memorie degli architetti antichi e moderni, II, Roma, 1785, pp. 256-266.

 

Poleni, Giovanni, Memorie istoriche della gran cupola del Tempio Vaticano, e de' danni di essa, e de' ristoramenti loro divise in libri cinque alla Santità di Nostro Signore Papa Benedetto XIV, Padova, 1748, (S.I. nella stamperia del Seminario).

Schlimme, Hermann Giovanni Amico commenta i danni della cupola di S. Pietro in Vaticano, in Lexicon, 2006.

Wittkower, Rudolf, La Cupola di San Pietro di Michelangelo. Riesame critico delle testimonianze contemporanee,Firenze, Sansoni, 1964.

Note.

[1]Giovanni Poleni (Venezia23 agosto 1683 – Padova15 novembre 1761) - è stato un matematicofisico e ingegnere italiano.

[2]Baldrati Barbara, La Cupola di San Pietro. Il metodo costruttivo e il cantiere, Edizione Studium, 2014

[3]Il presente capitolo si basa sull’intervento di Como, Mario, Un antico restauro statico della cupola di San Pietro in Conforti Claudia (a cura di) Lo specchio del cielo, Electa, 1997 pp. 245-259.

[4]Hermann Schlimme, Giovanni Amico commenta i danni della cupola di S. Pietro in Vaticano, in Lexicon, 2006.

[5]Marconi, Nicoletta, Tecnologie per la costruzione e il restauro della Basilica Vaticana tra tradizione e innovazione in Morello Giovanni (a cura di) La basilica di San Pietro, Gangemi Editore, 2012

[6]Nicola Zabaglia (1664 -1750) – inventore, ingegnere e maestro muratore italiano, autore del Castelli e Ponti di maestro Niccolo Zabaglia, Roma, 1743, Roma, un efficacissima summa di tecnologia edilizia pre-industriale, nella quale sono scenograficamente squadernati gli artifizi meccanici e gli apparati provvisionali necessarie alle acrobatiche opere di manutenzione dell’imponente corpo della Basilica. Fu assunto in Fabbrica di San Pietro nel 1678, nel 1691 risulta tra i 7 manovali di Carlo Fontana (1638-1714). Nel corso della sua lunga carriera Zabaglia Realizza un gran numero di dispositivi provvisionali, semplificati nell’ordito e talvolta tradotti in congegni mobili, in grado cioè di essere trasportati velocemente laddove richieda la necessità dell’opera.

[7]Brunetti, Saverio Discorso intorno ai pericoli che minaccia la Cupola di San Pietro in Poleni, G, Memorie istoriche della gran cupola del Tempio Vaticano e de’ danni di essa, e de’ ristoramenti loro, divise in libri cinque, Padova 1748, pp. 225-228.

[8]Milizia, Francesco, Memorie degli architetti antichi e moderni, II, Roma, 1785, pp. 256-266: “il Vanvitelli si dice autore di quel ponte concavo adoprato nell’interno della cupola Vaticana per chiudervi le fessure; e il Bottari e tutta Roma lo attribuiscono a Nicola Zabaglia”.

[9]Città del Vaticano, AFSP, Arm. 12 D, 4b, 29, c. 1002b.

[10]Castelli e Ponti, ed. 1824, p. 18.

[11]Città del Vaticano, AFSP, Arm. 12 D, 4b, 29, c. 1003c.

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